SYLPHIDARIUM – MARIA TAGLIONI ON THE GROUND di CollettivO CineticO

Se uno osserva bene il cavallo centrale in Guernica si può riconoscere il modello lontano: La battaglia di San Romano di Paolo Uccello. C’è una comunanza potente tra le due opere, non solo tecnica, non solo negli occhi allucinati del cavallo che distorce la testa dall’orrore della guerra. Parlo di qualcosa di viscerale, di intimo, come due laghi che si alimentano della stessa acqua, rinvigorendosi, mantenendosi vivi. Persino in John Cage si possono trovare piccoli e vitali frammenti di Mozart.

Questo fluire energetico tra le opere è la linfa che nutre il linguaggio artistico nel tempo. Se non ci fosse come sarebbe il linguaggio dell’arte? Non possiamo saperlo, perché essendo l’arte una lingua essa muta nel tempo, si nutre di vocaboli desueti, di forme arcaiche, di costrutti antichi rilanciandoli in forme nuove, neologismi, generazioni equivoche. Il tutto verso una lingua che ancora non si parla. Ci si limita a balbettarla.

Non c’è niente di strano in questo. È il corso naturale dei linguaggi. Un antico proverbio arabo dice: non si dicono cose nuove, ma cose vecchie in modo nuovo.

Per cui niente di strano che Sylphidarium intessa un dialogo con la lontana Sylphide, quel balletto che portò alla danza il tutù e l’elevarsi sulle punte.

Potremmo citare mille casi simili, negli ultimi tempi le She She Pop hanno fatto uno splendido ibrido con la Sagra della primavera. È una prassi in qualsiasi arte. Quello che mi stupisce di più è che questo venga visto come una sorta di cannibalismo necrofago. Non è un nutrirsi di carogne morte e abbandonate nella savana. È dialogo. È la metamorfosi che affascina Ovidio, questo trascorrere delle forme divine in quelle vegetali, di umani trasformati in animali, di mostri che generano dei. È il processo splendido e tremendo dell’arte.

Quello che mi manca davvero in Sylphidarium è la meraviglia del processo di rivitalizzazione. Questo splendido e tremendo bisbigliare tra le forme. C’è come una volontà freddamente clinica, priva d’amore nel dissezionare il cadavere, nel ricomporlo come un novello Frankenstein. È un nutrirsi come fanno le iene.

Ma c’è anche un disperdersi, un compiacersi nell’ossessivo sfilare di costumi, come in un defilé di moda autunno/inverno. Non che manchino momenti di grande fantasia formale, un creare forme dalle forme. Ma come in una sfilata di moda, queste fantastiche creazioni sono offerte allo sguardo come merci. Passano da una all’altra come in un catalogo. C’è molto freddo. Io almeno l’ho percepito così.

La musica di Francesco Antonioni è il valore aggiunto. Anche in questo caso c’è un rimandare alle forme classiche, soprattutto a Chopin, ma in un dialogo molto più fruttuoso, ibridato con calore. La danza piuttosto si adegua ai ritmi musicali in un assecondare lentezze, densità, frequenze. Non è un vero botta e risposta, quasi più un assentire.

Per tutti questi motivi, nonostante una possente tessitura, in questo lavoro intenso e persin crudele nel voler denudare le forme, ricomporle, rimodellarle, ho avvertito il dolciastro odor di decomposizione e il rumore assordante degli insetti necrofagi. Avrei voluto assaporare lo sbocciar di vita nova da ciò che lontano scompare all’orizzonte, più che un fredda meditazione sul cadavere.

LO SPIRITO DEL LAGO – MY WAY

Da quasi due decadi si svolge a Stresa sul Lago Maggiore una piccola manifestazione dedicata all’arte contemporanea. Il nome è di per sé evocativo: Lo spirito del lago.

Già nel nome c’è l’essenza di questo piccolo gioiello: una sorta di genius loci che guarda e veglia amorevole sulle cose dello spirito, sempre più neglette, sempre più bisognose di spazio. E insisto sulla parola piccolo, perché la parola non è diminutiva, ma ha l’accezione di minimo, delicato, pieno di grazia, non invadente.

E questo spirito lo ha evocato il suo curatore italiano la vera anima di questo evento (per dovere di cronaca ci sono anche due curatori tedeschi gli artisti Peter Gilles e Birgit Kahle), e prima di parlare dell’esposizione vorrei appunto parlare dell’uomo: Giampiero Zanzi. È stato sempre per me un maestro. Un uomo a cui ho guardato sempre con amore, ammirazione e rispetto. La ragione è semplice: ha fede nell’arte e questa fede non è mai stata scalfita nonostante venga spesso considerata come una eccentricità, una stranezza verso cui scuotere le spalle. Le istituzioni cittadine e locali lo supportano quel tanto che basta per lavarsi la coscienza. Nessun vero aiuto o supporto. Ma Zanzi non se ne cura, come un vecchio saggio orientale, scivola sull’indifferenza con la forza della sua fede. Ha portato negli anni grandissimi artisti a Stresa, da Spoerri, a Palavrakis, da Milo Sacchi a Ferdinando Greco, da Peter Gilles a Franco Rasma. E il tutto grazie al suo instancabile lavoro, alle sue relazioni d’amicizia con gli artisti, al suo essere capace di convincerli nella forza del suo progetto.

Quest’ultima edizione de Lo Spirito del lago è titolata My Way ed è dedicata non alla versione famosa della celebre canzone, ma a quella più distopica e dissonante cantata da Sid Vicius. C’è un intento ad andare al di là della bellezza, delle mode, del consueto. Zanzi nel comunicato stampa scrive: “desidero rivolgermi a persone che con il contemporaneo non hanno dimestichezza e auspico che la discussione caratterizzi l’evento. Gli artisti saranno scelti in relazione alle loro opere e non al nome”. In queste poche righe vi sono molte scelte scomode: non chiudere l’evento artistico nella torre d’avorio degli addetti ai lavori, desiderare il dialogo con il pubblico, aspettarsi le domande scomode, scegliere in base al valore reale dell’opera e non basarsi solo sul nome di chi la presenta. Scelte inattuali, che non fa quasi più nessuno. In un mondo dell’arte in cui conta il curriculum più che la ricerca, in un mondo dove la progettualità bancaria e istituzionale richiede risultati certi prima ancora di avviare il progetto, Giampiero Zanzi sceglie il rischio, l’incerto, il fluido lo scorrere delle idee, l’incompiuto. Questo fa di lui un’eccezione e anche forse un eretico. Ma è la sua forza, la sua grandezza. E non di poco conto è anche l’operare in una provincia oscura, di grande bellezza paesaggistica, ma povera di azione culturale. Questo senza però dimenticare l’apertura verso mondi più aperti, soprattutto la Germania, da cui ogni anno scendono galleristi e amatori per seguire il suo progetto. E paradossalmente Lo Spirito del lago è più conosciuto in Germania che in Italia.

Ma ora parliamo della mostra, intitolata, come detto, My way. La mia via. I tre curatori hanno deciso di invitare gli artisti non secondo un progetto comune, ma mettendo insieme scelte divergenti secondando il loro gusto. Questo potrebbe essere sintomo di confusione in molti casi, ma non in questo. Accostare anime diverse ma unite in qualche modo dai nessi imprevisti che nascono nell’osservatore proprio dalla contiguità. Opere forti, spesso inedite nonostante alcune siano datate. Come l’opera di Milo Sacchi, cosparsa di crocefissi, con un lungo chiodo a sporgere dalla tela, pericoloso. Un invito a non accostarsi troppo all’opera che potrebbe ferire l’occhio di chi guarda. O le teste di Franco Rasma, nere, inquietanti, decorate con becchi di gallina. Idoli terreni, che parlano di qualcosa di spaventoso, della morte che ci aspetta tutti in fondo alla strada. E poi le figure umane fatte di sangue e colore nero sulla grande tela di Peter Gilles, l’artista tedesco che dipinge con il proprio sangue. Non tutto parla di mondi oscuri. C’è anche il fallimentare tentativo di giungere sulla luna in mongolfiera di Peter C. Simon, le sculture sonore di Ale Guzzetti, e quelle matematiche in legno scuro e grezzo di Armin Göhringer.

C’è molta diversità d’azione artistica in questa piccola esposizione, quasi una galleria temporanea che torna ogni anno nonostante le difficoltà, una diversità stupefacente. Sofocle quando parla del divino usa la parola sempre con due accezioni: spledido e tremendo. Ecco questa è forse la cifra esatta de Lo Spirito del lago.

Auguro a Giampiero Zanzi di riuscire a continuare, di non stancarsi mai di credere nella potenza dei doni che l’arte può dare allo spirito: la tua via è giusta perché difficile, stretta e piena di pericoli!

foto: Giampiero Zanzi

SPECIALE FESTIVAL DELLE COLLINE TORINESI: HEARING di Amir Reza Koohestani – Mehr Theatre Group

Siamo in un dormitorio femminile a Teheran. La voce di un uomo è stata sentita nella camera di una ragazza. C’è stata un denuncia. É partita un’inchiesta. Questo è l’incipit. Le ragazze si alternano sul palco per essere interrogate. Chi interroga è seduto in mezzo al pubblico che si trasforma in tribunale. Le ragazze negano, chi di aver fatto la denuncia, chi di aver portato nella notte di capodanno un ragazzo in camera. Forse era solo il vivavoce. Forse qualcuno se l’è immaginato. Forse era solo la gelosia e l’invidia, o il gusto perverso della delazione. In un contesto sociale in cui le studentesse vengono barricate dentro una struttura sorvegliata da guardie, telecamere, porte, cancelli e grate, più simile a una prigione che a una residenza universitaria, e dove quando entra un uomo un altoparlante richiede che le ragazze osservino l’hijab, ossia che si nascondano alla vista, o con il velo o con il chiudersi in camera, niente è sicuro, nessuno ha veramente visto il fatto,si sono solo sentiti dei sussurri, o forse si è semplicemente immaginato, ecco in questo contesto il reale e l’immaginario si confondono e resta solo l’inquisizione, il pericolo della denuncia, della commissione di controllo.

Il racconto ci mette immediatamente in uno stato di febbrile curiosità. Qualcosa è successo, qualcuno ha denunciato qualcun altro. Presto si comprende il fatto ma non è chiaro se sia avvenuto realmente. Le ragazze negano, sono sottoposte a una fila di domande. Si chiede la verità, per scampare l’espulsione, per evitare problemi, anche se questo comporta denunciare un altra persona. Delazione, terrore, diffidenza.

Ma la storia non è solo qui ed ora. È stata anche nel passato. La ragazza che forse ha denunciato è adulta, quella che è stata denunciata, forse ingiustamente, è morta suicida. Sensi di colpa, rimorsi, richiesta di perdono.

E poi la storia ricomincia sempre uguale, sempre diversa.

Una piéce terribile per la sua ferocia chirurgica e senza orpelli. Solo le donne in scena, solo il loro racconto e gli interrogatori serrati.

Unico elemento il video, utilizzato in maniera estremamente intelligente e suggestiva. Le ragazze entrano e escono di scena convocate dalla commissione d’inchiesta. Si alternano. La camera è in soggettiva, il punto di vista è quello di chi racconta perché le ragazze se la scambiano. Il video fa vedere anche cosa succede fuori scena. Scale che si inabissano, corridoi. Spazi reali ed immaginari. Il foyer e le scale del teatro si trasformano in un collegio di Teheran, ma nello stesso tempo resta il teatro e diventa tribunale. Il video con tecnica cinematografica racconta cosa succede fuori scena. I dialoghi lontano dall’inquisitore. Gli spazi angusti dove si svolge la vicenda. I rapporti che non si possono esprimere durante l’inchiesta.

Hearing racconta una realtà di sospetto e di paura. Dove un sussurro può creare pericolo. Dove ciò che si immagina benché forse non reale, pesa sulla vita delle persone, rovina le vite di chi accusa e di chi è accusato. La verità resta nascosta. Pericolosa quanto la menzogna. Il pericolo si annida dovunque, persino in un sussurro e questa verità è tanto terribile quanto evidente.

Una grande regia e una grande drammaturgia. Uno spettacolo che fa riflettere, che non rassicura con vane lusinghe ma che analizza freddamente una realtà più vicina di quanto si creda.

SPECIALE FESTIVAL DELLE COLLINE TORINESI: JERUSALEM CAST LEAD HALLUCINATORY TRIP IN AN EMOTIONAL DICTATORSHIP di Winter Family (FR/ISR)

Che la retorica avveleni gli animi e offuschi gli occhi è evidente prima di varcare le porte del Teatro Astra di Torino. Un piccolo banchetto di attivisti di “Boicotta Israele” distribuiscono volantini che invitano a boicottare lo spettacolo degli artisti israeliani. Se gli avessimo dato retta avremmo perso un lavoro che è una rivolata politica contro Israele. I militanti fuori dal teatro stavano dunque cercando di boicottare un alleato loro idee. Se solo avessero letto di cosa parla lo spettacolo forse si sarebbero uniti alla compagnia anziché cercare di boicottarla. Ma come avviene quasi sempre a questo mondo prima i principi e poi la conoscenza. Ma ora parliamo dello spettacolo.

Il titolo lo dice chiaramente: è un viaggio allucinato e allucinatorio. L’oggetto è l’anniversario della costituzione dello Stato di Israele e della riunificazione di Gerusalemme. Questo è il punto d’origine da cui si dipana il viaggio attraverso uno stato militarizzato, pronto a far leva sul suo passato straziante per giustificare e dimenticare gli orrori commessi nel presente. Propaganda che punta al sentimentale con show in cui i soldati leggono le lettere dal fronte, i familiari delle vittime di attentati vengono mostrati in ogni dove per sollecitare il sentimentalismo e l’attaccamento alla patria, canzoni che ricordano la Shoa e le persecuzioni subite per giustificare le persecuzioni attuate. Il tutto mentre una voce scandisce le infinite risoluzioni dell’ONU che condannano Israele per la sua politica di aggressione coloniale verso i territori palestinesi. Sulla scena si moltiplicano le bandiere, le pose e le marce militari, i discorsi politici di propaganda, i suoni delle sirene, i colpi d’arma da fuoco. Militarismo e sentimentalismo hanno da sempre offuscato i sensi dei popoli durante le dittature. Un atto di accusa forte da parte di questa compagnia franco-israeliana, in puro stile agit-prop, scarno, essenziale, senza commento. Quasi un incedere documentaristico, con fonti dell’ONU, filmati della TV Israeliana, documenti di parate.

Le guerre mediorientali sono un ginepraio inestricabile. La propaganda politica e religiosa avvelena entrambi i contendenti. Una pace necessaria da decenni sembra impossibile in questo contesto. La guerra avvelena gli animi ed è difficile essere oggettivi, dare uno sguardo lucido agli avvenimenti, eppure bisogna provare per cercare una soluzione. Questo lavoro è un’accusa implacabile contro Israele e la sua politica: Non c’è ironia, non c’è pausa nel puntare il dito, non c’è quasi spazio per il perdono. Jerusalem è costruito e innervato da uno spirito combattente, è militante, è fatto con rabbia e dolore. Questo è palese. Non si può nemmeno comprendere cosa significhi appartenere a un paese in guerra continua dal momento della sua costituzione. Subire l’odio, fomentare l’odio, provare l’odio. L’animo avvelenato è il frutto conseguente dell’odio e di fronte a tanto male non si può che versare lacrime su Gerusalemme città santa e città martire, ma soprattutto città senza pace.

LE FINALI DI POETRY SLAM A GENOVA

Sabato 11 e domenica 12 giugno ho partecipato a Genova a uno strano e affascinante evento: le finali nazionali di Poetry Slam! E Cos’è uno Slam di poesia?

Questa è la domanda che viene sempre posta al pubblico dagli MC prima dell’inizio della gara. È difficile dare una risposta, perché il fenomeno degli Slam è molto più complesso di quello che può apparire. Eppure molti critici la risolvono con una scrollata di spalle, dicendo che la poesia che calca i palchi degli Slam, non è poesia. Così si risolve il problema. Come tanti Alessandro davanti all’inestricabile nodo gordiano usano la spada, invece della penna. Proviamo a dare delle risposte.

Lo slam è un’agone poetico prima di tutto. E già con questa definizione sprofondiamo lontano attraverso le cortine del tempo ed approdiamo nella Grecia classica. Platone ne l’Ipparco menziona le regole degli agoni poetici, cerca di definirne i canoni. Anche Solone, secondo Diodoro Siculo, se ne occupò. Era cosa così importante che i legislatori dovevano stabilire regole salde. La stessa tragedia era una gara poetica: alla fine delle Dionisiache si decretava un vincitore. Perfino il mito non trascura le gare poetiche: le nove figlie di Pierio osarono salire sul monte Elicona a sfidare le Muse, vennero sconfitte e furono tramutate in uccelli; Marsia osò sfidare Apollo e ci rimise letteralmente la pelle. La poesia è sempre sfida agli dei, presuppone un rischio, presuppone un premio.

Lo slam però è anche un rito. La stessa presenza del Maestro di cerimonia (MC) sottolinea la ritualità. Certo una ritualità senza dei, un laico rito, ma pur sempre un rito ed ecco che si ritorna alle origini, tra le rocce assolate di Grecia, durante le feste Panatenaiche, o le gimnopedie spartane, o le feste Pitiche, laddove i poeti si sfidavano accanto agli atleti. L’agonismo sportivo si affiancava a quello poetico sotto l’albero della sacralità. Ma questo sguardo rapido sulle antiche origini ci dice qualcos’altro dello Slam: è una festa, dei poeti e del pubblico.

Lo Slam è riscoperta dell’oralità. La poesia non è solo cosa da leggere nell’intimità della casa, alla luce di fioche lampade, non è più pagina su cui struggersi o riflettere, ma è cosa pubblica, a voce alta, urlata perfino, come Majakovskij urlava i suoi versi nella Mosca della rivoluzione, o i Futuristi che riunivano poeti che declamavano la loro poesia di fronte al pubblico riottoso. Nello slam dunque, il morto-orale, per dirla alla Carmelo Bene, risorge dalla pagina scritta e si fa nuovamente fatto sonoro e auditivo, si fa evento pubblico.

Lo Slam è evento popolare. Non c’è un’élite culturale che si racchiude in un circolo, o in un caffè letterario, lo Slam è evento di piazza, da osterie, da locali, di fronte a gente di tutte le estrazioni che partecipano e diventano giuria. È il pubblico che vota, è il pubblico che sceglie. Qualcuno potrebbe erroneamente pensare che a causa di questo vince quello che accontenta tutti i palati e invece i valori emergono. La qualità, la bellezza si riconosce. Non serve studiare, bisogna saper riconoscere, ascoltare, vedere con occhi curiosi.

Quindi ricapitolando lo slam è una gara, una festa, un rito, è una riscoperta, è una comunità. Non si può dunque permettersi di fronte a tanta complessità di relegare il fenomeno a evento marginale, secondario. Lo Slam è fenomeno poetico complesso che fa emergere, ma meglio dire riemergere l’oralità popolare, la comunità che si incontra, la bellezza e i dolori che si condividono con gli altri.

A Genova ho vissuto due giorni con questa grande comunità poetica che veniva da ogni parte d’Italia, dalla Sicilia al Trentino, e con gioia ho constatato che se pur c’era competizione, vinceva l’amore della poesia e della condivisione. Ho visto poeti sconfitti sorridere sinceri e non di circostanza alla vittoria degli altri, ho visto festa e sincerità, voglia di incontrarsi e di confrontarsi. Un movimento vero che merita di essere conosciuto e frequentato.

Dovrei fare la cronaca di questo evento, dovrei raccontare dei poeti eppur vi rinuncio perché ridurre tutto alla parola scritta sarebbe un po’ come fare uno sgarbo a tanta oralità splendente. Ho cercato di raccontare lo spirito sperando di far nascere la curiosità. Mi limiterò a dire che dopo mesi di selezioni e gare in ogni dove lungo tutto lo stivale malato che abitiamo, sono giunti a Genova in venti e alla fine ha vinto Simone Savogin, davanti a Paolo Agrati e Alessandro Burbank, un terzetto di ottimi poeti divisi da pochi decimali. Ma l’importante non è chi ha vinto: importa la festa, la comunità che sorge intorno a questo fenomeno, importa la poesia condivisa con il pubblico.

SPECIALE FESTIVAL DELLE COLLINE TORINESI: PPP ULTIMO INVENTARIO PRIMA DI LIQUIDAZIONE omaggio a Pasolini di Ricci/Forte

Una discarica di pneumatici imbiancati. È questo il luogo dove si svolge la vicenda. Una sorta di frammenti sparsi di Pasolini prima dell’omicidio sulla spiaggia di Ostia. Questo è quanto avviene sulla scena. Resta da dire come e sul come, sono molto perplesso. L’impressione prima, quella che si decanta dopo il fastidio provato per tutta la rappresentazione, perché di rappresentazione si tratta, quella più vieta, è che il tutto abbia il marchio della gratuità. Si cerca il coup de theatre, l’immagine che sconvolga a tutti i costi, che impressioni al di là della sua rilevanza scenica. L’apparizione degli orsetti polari prima della scena dell’assassinio è semplicemente kitch, inutile, gratuita. Come il balletto delle donne con la maschera di maiale. La recitazione ha un tono falso, di squillante accademismo, che annoia dopo i primi cinque minuti. Se lo scopo è scioccare, non ci si riesce. Se lo scopo è la denuncia, non si capisce bene che tipo di denuncia si voglia attuare. Non si capisce proprio dove si voglia andare a parare. Ci fosse almeno l’ironia a salvare il tutto. Invece no! Ci si prende tremendamente sul serio.

L’idea che mi son fatto dopo due giorni interi di riflessione è che il tutto sia inutile. Non serve a niente. Un vuoto ritratto o omaggio o qualsiasi cosa fosse nell’intenzione degli autori. E visto che parlar del vuoto non serve proprio a niente, eviterei di dilungarmi. Non saprei cos’altro dire se non che sono stufo di vedere spacciare per avanguardia questi prodotti da società dello spettacolo che prendono la posa di rivoluzione. Michel Houellebecq afferma che non ci sia niente di meno rivoluzionario dell’arte oggi, in quanto l’arte, finanziata dal denaro pubblico non può che essere compiacente, e anche quando possiede intenti rivoluzionari viene disinnescata proprio dall’inserimento nella società dello spettacolo. Ecco questo è proprio il caso. Vien da dargli ragione di fronte a spettacoli di questo tipo. Ed è inutile proprio tirar fuori definizioni come quelle che vedo su molti quotidiani nazionali, riferendosi a Ricci/Forte, come nuovo “terrorismo poetico”. E figurarsi Artaud! Non vedo proprio quale terrore possa ispirare un lavoro del genere, se non produrre una fuga incondizionata e subitanea dalla sala (che era comunque mezza vuota). Fuga dovuta al disgusto e al fastidio di veder così depotenziata l’arte del teatro. Dopo aver visto la potenza di Silvia Calderoni in MDLSX, vedere Ricci/Forte è stato un po’ come risvegliarsi di botto da un bel sogno. Siamo tornati nel trivio, allo sguazzare nel fango urlando tutti come dannati :”Ecco l’avanguardia!”. E l’avanguardia la si cerca in chi firma la sceneggiatura de i Cesaroni. Boh! Non so proprio cosa dire. É un panorama desolante e nella desolazione non c’è consolazione. Resta solo lo sguardo attonito e incredulo di fronte al nulla.

SPECIALE FESTIVAL DELLE COLLINE TORINESI: MDLSX di Motus con Silvia Calderoni

Good time for a change. Potremmo iniziare così. Difficile è parlare di MDLSX, forse soprattutto perché si vorrebbe dire troppo. MDLSX è innervato di complessità. La sua carne partecipa della natura di Proteo: siamo nel regno della metamorfosi. Bandita è la simulazione. MDLSX frequenta una terra antica, quasi mitica, dove l’essere partecipa della natura di ogni cosa, dove si può essere uomo, donna, dio, animale o pianta. Ma MDLSX è anche fuga, rifiuto, dalle categorie, dai generi, dalle definizioni. Si canta il desiderio di essere mutevoli, di essere non uno ma molti, di essere legione.

È una generazione equivoca, ibrida, mostruosa. Il mostro partecipa di più nature, non è definito né dal sesso, né dall’appartenenza a un unico regno. Essere ambiguo è essere sfuggente. Si fugge il semplice della definizione per congiungersi con il complesso della trasformazione e del divenire.

La storia che viene raccontata è pur essa ambigua, non sopporta la chiarezza, la sovrapposizione con l’attrice che la racconta. Si resta sempre in dubbio. Silvia Calderoni con la sua fisicità androgina, racconta di sé (le immagini proiettate fanno parte della sua adolescenza di femmina/maschio), ma il racconto è anche di altri che partecipano di nature sessuali inqualificabili. Ma a queste storie parallele, quasi adiacenti, si sovrappone uno stato mitico che aggiunge profondità, gettandoci al di là delle quinte del tempo, laddove l’oscurità indefinibile dell’essere era indagata e scrutata nelle nebbie dell’origine: la storia di Tiresia, l’indovino che partecipò della natura dell’uomo e della donna; il mito di Hermafrodito, il rapito dalla ninfa Salmace, che volle unirsi a lui nelle acque, fondendosi con il suo amato, diventando un essere che partecipa di entrambe le nature sessuali; l’oscillare dell’anima greca tra i poli apollineo e dionisiaco, abissi di luci e ombre, dove è impossibile distinguere nell’ambiguità delle loro nature, dove sia la luce e l’ombra.

Questa semina di indizi mitici ci porta in quell’epoca antica dove vigeva l’imperio della metamorfosi, che rivive nella sua piena potenza in scena dall’agire di Silvia Calderoni, essere ambiguo in continuo divenire: uomo, donna, vecchio, mostro, sirena. Metamorfosi che si riflette nel video/specchio dove lei perenne oscilla tra essere maschio e femmina. Continue trasformazioni, con oggetti, vesti, luci, musiche, tra ricordo, realtà, finzione. Sempre in moto, perennemente in movimento, alla ricerca del plurimo per sfuggire all’unico.

Ultima una preghiera, con la voce di Morrisey: please, please, please let me get what I want. E poi un diluvio di applausi.

ph: Ilaria Scarpa

SPECIALE FESTIVAL DELLE COLLINE TORINESI: ORGIA di Licia Lanera

Devo ammetterlo: ho molti problemi a scrivere di questo spettacolo. C’è qualcosa nella natura del lavoro che mi blocca, mi impedisce. E questi ostacoli sopravvengono ogni qual volta mi trovo di fronte a lavori che condividono lo stesso DNA o meglio le stesse patologie. Mi rendo conto che questi problemi sono miei e derivano dalle mie scelte artistiche e che queste scelte sono, mi si passi il termine, eretiche rispetto alla norma. Quindi prima di parlare dello spettacolo, devo spiegare la mia idiosincrasia e cercare di rendere chiaro quali siano le patologie che mi impediscono di apprezzare lavori di questo tipo e perfino di scriverne.

Io provo una sorta di rigetto fisico, come se avessero tentato di inserire nel mio corpo organi estranei, quando mi trovo di fronte a spettacoli dove, come diceva splendidamente Carmelo Bene, c’è qualcuno che simula di essere qualcun altro scritto da un altro ancora. Tutti sanno che l’attore in scena non è la persona che parla ma facciamo finta di crederci e applaudiamo alla riuscita magia della simulazione.

E poi il testo che precede l’atto scenico e lo schiavizza. Questo fatto dell’interpretazione, di dare un senso, un taglio a qualcosa che preesiste. Questo gioco di inganni. Ma il testo, sempre per citare C.B:, tranquillizza, il testo è legge, è garante di una censura. Dona uno scopo a un’arte che scopo non ha, che è potente proprio quando non ha scopo e ciò che nasce sulla scena è per la scena, e non è simulacro di qualcosa di estraneo che nasce altrove. Questo mettere in scena i testi, le drammaturgie d’autore, questo rendere omaggio al grande poeta o drammaturgo, è in fondo, un teatro per chi non legge. È sussidiario che si fa carne, è alimentazione forzata di cultura. Non ho tempo o voglia di leggere Pasolini, allora vado a teatro e lo sento dire da altri, che sono magistralmente bravi a leggermelo, a farmi credere che ciò di cui si parla abbia vita vera in scena. E quello che più mi stupisce è il fatto che tutte le rivoluzioni nel teatro dell’ultimo secolo e mezzo volte a garantire al teatro la possibilità di esistere senza soggiacere ad altre arti, che il teatro possa infine parlare con la sua lingua, fatta di immagini, parole, tempo, spazio, ritmo e soprattutto corpi, ecco che tutte queste rivoluzioni divampate non lascino quasi traccia in lavori denominati: creazioni contemporanee. Per trovare il teatro che parla la propria lingua e non quella di qualcun altro bisogna sfuggire al teatro, andare a vedere la danza, la performance, gli ibridi miscugli, le generazioni equivoche. Il teatro in sé ancora è ancorato a concetti quali l’interpretazione di un testo, la simulazione di una parte, l’inganno di far sembrare ciò che non è. E questo discorso nulla toglie alla bravura dell’attrice in scena, quella Licia Lanera, che è un’attrice straordinaria. E questo nulla toglie nemmeno a Pasolini. È il linguaggio del teatro che ne risulta dimezzato. Perché non agisce al suo pieno potenziale, non parla la sua lingua ma quella scritta altrove. E le parti dello spettacolo che più sono efficaci sono proprio quelle in cui la voce, che interpreta il testo, si scinde dall’attore, diventa audio e l’immagine può finalmente parlare la sua lingua senza un kapò a controllarla. Poi però ritornano i giochi delle parti, l’assegnazione dei ruoli, quel processo che rende così conforme alla norma di cosa sia o non sia teatro nella mente dei più.

Teatro è simulazione. Fare teatro, anche in Montalbano, è metter su una trappola per credere ciò che non è. Una truffa. Un imbroglio. Questo sapore di falsità è ciò che non riesco a farmi andare giù, quello che mi provoca violente reazioni di rigetto. Eppure in Italia abbiamo avuto C.B. che si è battuto come un gladiatore per far capire che era ora di finirla con queste rappresentazioni. Come se non fosse mai esistito per il teatro italiano. Si continuano a proporre rimesse in scena di testi, di drammaturgie, si premia la nuova drammaturgia, si cercano nuovi drammaturghi, come se ce ne fosse bisogno. Il teatro ha la sua lingua, parla da solo senza bisogno del gendarme, della scorta del testo, del poeta che lo fa parlare e gli dice le cose da dire. Perché se no cosa resta al teatro? Dar un’interpretazione, un nuovo taglio di luce alla parola? Un po’ come le signore che vanno una volta alla settimana dal parrucchiere per farsi un nuovo look? Eppure questo tipo di messinscena è ancora la più applaudita, la più ricercata, perché tranquillizza, ci mette di fronte a ciò che è noto, a un rito stantio di cui però si sa i confini e le procedure. Si ammira quanto è bravo l’attore che interpreta, quanto è bravo a imparare tutto quel testo a memoria e poi lo dice così bene. Nessuno si pone la questione che il teatro non ci sia, ci sia solo la rappresentazione. Un gioco di illusione, dove ci sono persone che fanno le marionette viventi di altre persone che vivono sulla carta scritta altrove. Una roba da Croce Verde, come diceva C.B. Questo è ciò che chiamiamo linguaggio contemporaneo benché sia un giochino che va avanti da svariati secoli. E intanto il miglior teatro, quello che nasce sulla scena con il linguaggio della scena emigra, lo trovi compagno alla danza, alla performance, ad artisti di varie provenienze. Lo trovi nei confini, negli interstizi, là dove le cose succedono, non dove si replica ciò che ci si aspetta, dove non c’è simulazione, ma metamorfosi, la proteica trasformazione delle immagini una nell’altra, quel dire la verità attraverso la permutazione infinita dei linguaggi, nei loro balbettii, nelle loro incertezze e cadute, la dove si frantuma il senso, e non lo si da preconfezionato per tutte le bocche.

SPECIALE FESTIVAL DELLE COLLINE TORINESI: ALEARGĂ di Nicoleta Lefter (RO)

Lei corre. Sola. Verso dove? Oppure fugge? Ma da cosa? Lei non sta mai ferma, corre, come molti, nel parco. Si sfinisce. Ogni tanto la cuffia per non sentirsi sola, per escludere il mondo. Corre. Continuamente. Questo riempirsi la vita, badare al corpo per arrivare sani alla morte. Si ha l’impressione che si corra ciechi verso il baratro, come nella parabola pittorica di Brughel.

Un’altra immagine viene evocata. I Runners de Il Paese delle ultime cose di Paul Auster. Una sorta di setta. Si allenano per morire di sfinimento. In gruppi da sei a dieci, perché da soli non ce la si potrebbe fare. Anni di allenamento per rafforzare il corpo mentre contemporaneamente ci si allena a ridurre progressivamente il cibo. Così al massimo della forma si può chiedere al corpo di fare di più, passare il limite e correre verso la morte, che avviene così, correndo, quasi l’anima fuggisse fuori dal corpo.

Soli, iperattivi, sani, in perenne fuga da se stessi, dagli altri, dal mondo, dai ricordi. Una parabola triste. Senza speranza. Il video iniziale presenta una donna sola, con i suoi gatti, i suoi allenamenti, nella sua casa, il guscio che protegge e isola dal mondo.

A volte piccole domande al pubblico: Cosa farai da grande? Cosa farai dopo lo spettacolo? Sei felice? Ti piace la mortadella?

Il cibo. Si mangia senza gusto, bulimici, riempiendosi la bocca fino a scoppiare. Non c’è piacere, non c’è scopo. Tutto è fatto per riempire, ma il vaso è senza fondo.

Lei corre. Sola. Non si sa verso dove, non si sa per quanto. Intanto il tempo passa, i giorni scadono, il limite si avvicina e forse l’anima scapperà dal corpo fuggendo ancora.

Ph: Adi Tudose

SPECIALE INTERPLAY: DRUMMING SOLO di Daniele Albanese EVERYTHING IS OK di Marco D’Agostin

Sabato 28 maggio alle Fonderie Teatrali Limone la serata di Interplay ha visto in scena alcuni lavori che, benché vi sia diversità di poetiche e di estetiche, hanno una sorta di tema comune. Rubando il motto a Gilles Deleuze, potremmo riassumere questa sorta di tema comune in due parole: differenza e ripetizione. Il lavoro di maggior spicco è stato Drumming Solo di Daniele Albanese. Un lavoro molto severo e rigoroso nel quale un ininterrotto mosaico di piccole frasi coreografiche si intrecciava magistralmente con le ritmiche minimaliste del pezzo per percussioni di Steve Reich. La dinamiche, le microvariazioni della tessitura musicale, si abbracciavano con il movimento continuo ed intenso di Albanese. Un quadrato rosso al centro, appariva e spariva lasciando posto alla vastità della scena. Questo alternarsi della danza da un interno, a un esterno e il relativo indugiare sul confine tra i due spazi, era il controcanto alla trama di intrecci tra movimento e musica. Indagare il confine, il limite e il necessario sconfinamento da una parte, dialogo, intreccio, composizione e scomposizione dall’altro. I gesti che compongono la coreografia sono minimi, quasi quotidiani, incastonati nel fraseggio ritmico di tensione, abbandono, forza e debolezza, il tutto in un fluire inarrestabile e continuo come il fraseggio di percussioni incalzante fin quasi all’ossessione della musica di Reich.

Interessante il solo di Marco D’Agostin Everything is ok sebbene un po’ azzoppato da un finale non proprio convincente. Il danzatore avanza sulla scena fino al proscenio e incomincia un divertentissimo lavoro di voce in cui stili musicali diversi dall’Hip-Pop alla canzone latino-americana, annunci di premi inesistenti, pezzi di show si mischiano in un melting pot frutto di una sorta di zapping selvaggio. Poi una musica ipnotica, quasi per citare Brian Eno, una sorta di music for airport, accompagna una danza costruita da inserti e citazioni di stili, sport, avanspettacolo, televisione. Si vedono le Kessler, un po’ di Hether Parisi, x-factor, uno sciatore di fondo, e mille altre piccole forme provenienti per lo più dall’immaginario televisivo, come se quello che siamo fosse ciò che assorbiamo dai media e dal bombardamento di immagini che subiamo da quando siamo al mondo. Siamo la somma di tutto questo e niente altro sembra dire questa coreografia che ha il solo difetto di esser smisurata, abnorme nella durata. Il finale poi è un po’ inconcludente, non riesce a tirare le fila di tutto questo esser altro da sé per alimentazione forzata da media. D’Agostin è un interprete giovane che ha comunque dato prova di essere un coreografo e un danzatore promettente, che ha grandi margini di crescita e saprà senza dubbio emendare i difetti che ora gravano un poco su questo lavoro.

Per chiudere due parole sulla presentazione di Maps di Daniele Ninarello, lavoro frutto di un laboratorio tenuto presso Belfiore Danza. Una fila di danzatrici, ciascuna incanalata su una propria corsia, come una batteria di nuotatrici, comincia lentamente a costruire piccoli movimenti avanzando e retrocedendo. Mano a mano la frequenza di questi andirivieni si arricchisce di forme e di gesti, fino al culmine in cui tutte le danzatrici si sincronizzano e mano a mano escono di scena una per una. Al di là che il lavoro è risultato di un laboratorio devo dire che da Ninarello mi aspettavo qualcosa di più per complessità e spessore. Il lavoro mi sembra un po’ troppo basico, frutto di uno schema più che di una vera ricerca, schema che finisce per imbrigliare le diverse energie delle danzatrici partecipanti al progetto, addirittura limitandole. É stato un po’ come ammirare la quadrettatura sotto il disegno e questo pareva meno interessante dei quadretti che lo supportano. Emerge lo schema e non la danza.

foto: Andrea Macchia

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